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di: Pietro Faggioli foto: Giovanni Alban pubblicato su "M.A.R.E." n°4 del 2000 Capriola, mano sulla maschera e poi giù nelle acque verdi e gelide dell'Adriatico. Ieri, Giovanni ed io eravamo in mare davanti a Rovigno, a una decina di miglia dalla costa per ispezionare il relitto della Dezza. Una torpediniera italiana, una «tre pipe» (tre fumaioli), una di quelle navi che avevano conquistato, in due guerre, la tenerezza e l'affetto dei nostri marinai e che ora giace sul fondo del mare a una trentina di metri di profondità. I libri di storia militare raccontano che la Dezza dopo l'8 settembre 1943 venne catturata dai tedeschi. Sempre secondo la storia ufficiale la nave, il 17 agosto 1944, urtò una mina nel canale di Fasano, presso Pola (perdendo ben 71 uomini). Il relitto fu trainato a Pola e demolito dopo la guerra. Il Dezza è invece in 44°58'N e 13°40'E, quasi davanti a Rovigno, con lo scafo sventrato da esplosioni (forse bombe d'aereo). Oggi siamo in caccia di un altro relitto di nave che i pescatori ci hanno segnalato. Il mare è calmo, le coordinate sono precise e attendibili; infatti, dopo alcuni giri sui punto che ci hanno rivelato, vediamo il pennino che letteralmente impazzisce per una grossa massa che si alza dal fondo dell'Adriatico. L'abbiamo trovato.
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L'agghiacciante ricostruzione di un'antica tragedia di mare, raccontata dal nostro storico. Un testo che si legge d'un fiato, come i grandi best seller. Un'altra perla che si aggiunge alla storia della nostra rivista, dedicata agli appassionati di relitti; che ci hanno scritto numerosi. |
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